Anche la scienza oggi riconosce che il cinghiale è oggetto di sfruttamento a spese della collettività e a vantaggio di pochi, i cacciatori. Questa è la conclusione del il convegno “ Cinghiale è ora di cambiare” tenutasi a giugno 2020 sul web organizzato dal “Tavolo Animali e Ambiente” di Torino con la partecipazione del Prof. Massimo Scandura ( Università di Sassari), Prof. Andrea Marsan (Università di Genova), D.ssa Elisa Baioni (SISSA Trieste), Prof. Alberto Meriggi (Università di Pavia), Prof. Piero Belletti (Pro Natura), Prof. Andrea Mazzatenta (Università di Chieti).

Questo animale presente nel nostro paese nel periodo medioevale cominciò il suo declino a partire dal 1500 a causa delle uccisioni da parte dell’uomo, e all’incirca un centinaio di anni fa risultava del tutto assente nell’Italia nord-occidentale fino al 1919 quando alcuni esemplari provenienti dalla Francia cominciarono a diffondersi in Liguria e Piemonte dando inizio a un processo di ricolonizzazione che in un primo momento fu lento, ma via via si accelerò sino ad arrivare alla situazione attuale. Le cause di questa espansione sono il degrado del territorio, la grande capacità di adattamento della specie, ma soprattutto le immissioni avvenute per scopi venatori a partire dagli anni 50 sino quasi fino ai giorni nostri.

Dal 1970 è cominciata la caccia a questo animale che è stata incrementata con l’affiancamento dell’attività di controllo del numero degli esemplari con il risultato di un parallelo aumento dei danni all’agricoltura e incidenti stradali.

Oggi è difficile dire quanti esemplari di cinghiali siano presenti nel territorio italiano pare siano 600.000 individui, ma si parla anche di uno o due milioni.

L’attività venatoria nei confronti del cinghiale è tra le cause principali della diffusione della specie e dei danni all’agricoltura e alle attività antropiche: durante le braccate i cani stanano gli animali dalle aree boschive dove potrebbero vivere senza arrecare danni, li disperdono costringendoli ad attraversare strade, invadere terreni coltivati spingendoli in aree abitate. I cacciatori poi, uccidono gli esemplari adulti disgregando i branchi e i giovani anticipano il loro ciclo riproduttivo costituendo nuovi branchi. Le femmine perdono il sincronismo dell’estro e suppliscono in brevissimo tempo alle perdite causate dalla caccia con nuove nascite.

Durante il convegno sono state proposte soluzioni incruenti e più efficaci volte a ridurre i danni prodotti dal cinghiale: vietare l’uso dei cani sia durante la caccia che nell’attività di controllo, divieto di abbattimento delle femmine adulte, divieto di allevamento del trasporto e commercio di animali vivi. Tutela delle colture e prevenzione dei danni attraverso le recinzioni elettriche, sono ormai tantissime le realizzazioni effettuate con successo. Controllo della fertilità , attraversamenti stradali per gli animali.

La LAC è convinta che una convivenza pacifica con le altre specie che popolano il pianeta sia possibile attraverso lo studio, la sperimentazione di strade ecologiche che non provochino sofferenza animale, si veda a questo proposito l’articolo 19 della legge 157/1992 troppo spesso aggirato dalle istituzioni.

Cerchiamo di essere ospiti rispettosi del nostro pianeta abbandonando linguaggio e atteggiamento di guerra con il fucile verso le altre specie.

Teodolinda Filippini 
Delegato LAC provincia di Vercelli